George Bernard Shaw

 

 

 Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima

 

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San Clemente sulla via Casilina, la chiesa del ‘600 chiusa da 55 anni

Una sommaria recinzione metallica la circonda dai quattro lati. All’interno, fra il sagrato e l’abside, crescono rigogliosi arbusti ed erbacce. Entrare per ammirare gli affreschi non si può: sia per il pericolo di crolli, poi per le chiavi introvabili, conservate in qualche luogo «segreto» del VI municipio. Ecco San Clemente sulla via Casilina, la chiesa che nessuno vuole. Edificata nel ‘600, è chiusa da 55 anni. L’ultima funzione eucaristica risale al 1961, da allora è perennemente sprangata. Bellissima, tutelata da vincoli, è abbandonata all’incuria, nonostante sia l’unico monumento antico nell’ampia zona che va da Torre Angela ai Castelli romani. E con una storia importante.

«È un monumento di assoluta rilevanza nella periferia sud est della capitale – spiega il professor Massimo Moretti, titolare di Storia dell’Arte di Roma e del Lazio all’università La Sapienza -. In una zona ancora minacciata dal degrado, nonostante la prospiciente fermata della metro C, il recupero dell’edificio sacro consentirebbe di restaurare la memoria storica di un intero territorio, inserito nel complesso di Torrenova e simbolicamente legato da una storia plurisecolare che si intreccia con le vicende delle più nobili famiglie romane, dai Cenci, agli Aldobrandini, ai Borghese».

Ma oggi San Clemente, dedicato alla memoria di Clemente VIII Aldobrandini, è «vittima di un incomprensibile contenzioso fra gli ultimi proprietari e il Comune di Roma», aggiunge Massimo Moretti. In realtà non ha un proprietario certo. Risulta acquistato circa dieci anni fa dal Comune di Roma, meglio dallo stesso municipio, dopo una serie di lunghi passaggi burocratici (la delibera dell’acquisizione del complesso di San Clemente di Torrenova è la numero 117 del giugno 2007) per circa 500 mila euro: l’acquisto, però, non sarebbe mai stato perfezionato. Solo nel 2015, dopo una serie di insistenze delle sovrintendenze, si aprì un piccolo spiraglio: si decise si mettere in sicurezza chiesa e affreschi, della scuola del Cavalier d’ Arpino, grazie ad un finanziamento europeo: «Vi ha lavorato il pittore bresciano Giacomo Stella – spiega ancora il professor Moretti – attivo nei frenetici cantieri di Gregorio XIII e Sisto V, espressione felice della tarda maniera romana». Ma per mancanza di adeguati fondi dopo pochi mesi i ponteggi vennero smontati. E oggi sembra che lo stesso VI municipio, dopo aver provveduto all’installazione delle transenne, non voglia in consegna il complesso e non abbia nessun interesse a gestirlo. Anche perché l’edificio risulta ancora consacrato. Risalendo più in là nel tempo, ai primi anni del Novecento, neppure il Vaticano ha voluto San Clemente: gli fu offerto all’atto del testamento dal principe Scipione Borghese , ma la chiesa fu rifiutata sia perché fuori Roma che per gli allora già presenti problemi di restauro.

La sua ultima possibilità di salvezza arriva adesso dagli «Amici di san Clemente». Un’associazione fondata dal marchese Giovanni Sacchetti, discendente di una delle famiglie più blasonate della capitale (anche se di origine fiorentina, i Sacchetti sono citati perfino da Dante ) che – un po’ perché suo figlio si chiama Clemente – un po’ perché si occupa di alcune case-rifugio nella zona, ha deciso di intervenire. «L’intento è quello di salvare questa seicentesca chiesa dall’abbandono – afferma – per ripristinare un po’ di antica bellezza in una delle periferie di Roma più selvaggiamente edificate. È una scommessa: ma vedere se si riesce a risistemare una cosa così bella potrebbe essere un beneficio per tutto questo territorio che ha molto bisogno di stimoli. E gli abitanti potrebbero essere fieri di questa antica chiesa finalmente salvata». Per il momento c’è stata solo una cena: invitati anche gli antichi proprietari come Livia Aldobrandini e Scipione Borghese: niente raccolta di fondi, solo consigli e idee su come salvare San Clemente. (da “Il Corriere della Sera”).

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Recuperata la testa rubata da Villa Adriana

I carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale – sezione Archeologia – hanno recuperato in Olanda una testa marmorea che raffigura l’imperatrice romana Giulia Domna, rubata nel 2013 a Villa Adriana, a Tivoli, vicino a Roma. Il reperto, alto circa 30 centimetri, databile al secondo secolo dopo Cristo, del valore di almeno 500 mila euro, era stato individuato ad Amsterdam nel 2015, dove era stato messo in vendita da una casa d’aste londinese.

La testa di marmo non era censita nella Banca dati dei beni rubati del Comando Tutela Culturale, ma è stato identificato come appartenente alle collezioni permanenti esposte nell’area monumentale di Villa Adriana, patrimonio dell’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura). La scultura era stata rubata quattro anni fa al termine di una mostra nel Museo del Canopo. Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo, originaria di Homs in Siria, secondo gli studiosi ebbe un potere senza precedenti per le imperatrici romane. Fu madre dell’imperatore Caracalla.

L’individuazione è avvenuta anche grazie alla collaborazione della casa d’aste con cui il Comando intrattiene consolidati e proficui rapporti, si legge in un comunicato dei carabinieri. Le investigazioni congiunte con la polizia olandese hanno permesso di identificare la coppia di cittadini olandesi che possedevano illegalmente la scultura. Le autorità dei Paesi Bassi, a cui sono state fornite le prove della provenienza furtiva, hanno proceduto al sequestro e alla restituzione senza che fosse necessario intraprendere una rogatoria internazionale. La scultura sarà posta in custodia giudiziale a disposizione della Procura di Roma e, concluse le procedure, restituita a Villa Adriana.

Fonte: Ansa 02/12/2016

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